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letterina 20101226

Super User Letterine 26 Dicembre 2010

L'affondo 

Dio c'è e mi assomiglia

Dio c’è e ha il volto dei nostri bambini: è piccolo come loro, è fragile, piange, sorride, allunga la manina. Questo è il segno, un segno piccolo che fa grande il nostro Natale.
Forse dobbiamo cominciare col non aver paura a ripetere le poche semplici parole dei bambini a Natale.
Ho trascritto una poesia che mi ha recitato un bambino di cinque anni. Dice così:
 
"Oh se potessi, Gesù Bambino,
Farti dormire nel mio lettino;
Da questa grotta portarti via,
Là nel calduccio di casa mia!
Ma nel mio cuore una voce dice
che tu domandi una cosa sola:
non la mia casa, non il mio letto,
ma solo un cuore pieno d’affetto.
Se questo chiedi, questo ti dono
Con la promessa di essere buono
".
 
Quel bambino mi ha detto che, alla fine della poesia, bisogna dire: Buon Natale!
 
Obbedisco: Buon Natale! 

 

Numeri telefonici dei sacerdoti dell’Unità Pastorale:

Don Lorenzo (Gromlongo) 035 540059 ; 3394581382.

Don Umberto (Barzana) 035 540012; 3397955650.
Don Paolo (Burligo) 035 550081.
Don Giuseppe (Palazzago) 035 550336 ; 3471133405.

 

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letterina 20101219

Super User Letterine 19 Dicembre 2010

L'affondo 

Commuoversi e muoversi

Anche l’occhio vuole la sua parte e spesso  la ruba al proprio cuore. Non quel muscolo che sta al centro del petto: quello pulsa e basta. Il cuore che ci vede bene è l’amore.
Quante volte vediamo una persona e ci sfugge l’essenziale. Ne vediamo i difetti. Ne ricaviamo un’impressione netta di antipatia. Oppure non vediamo proprio nulla e quell’incontro genera solo apatia, insensibilità. Ma se a guardare è l’amore, ecco che l’essenziale  -rimasto invisibile agli occhi -  lo vediamo bene. Riusciamo a cogliere un’impronta di bene, una qualità nascosta. L’amore è il setaccio della vita: lascia  passare la polvere luminosa, che altrimenti resterebbe ancorata alle nostre scorie. La lascia passare perché  la veda bene.
E intuisce che è essenziale. C’è dunque un vedere che nasce dall’amore e genera amore. Mi viene in mente lo sguardo di Gesù. Quante volte egli è  passato e ha visto. Ma il suo vedere non è stato superficiale. Come quella volta - ce lo racconta il Vangelo di Matteo - che Gesù vedendo le folle, si commosse profondamente.
La commozione fa parte del nostro bagaglio umano. Oggi, forse, essa si manifesta in modo squilibrato, disordinato: ci si commuove giustamente per un animale abbandonato, ma poi l’embrione di quell’animale così particolare che è l’uomo è il meno difeso di tutti. Sembra che la commozione sia legata esclusivamente al sentire e al vedere, mentre ha scarso riferimento al pensare.
Anche Gesù si commuove, vedendo. Ma non si commuove perché vede gente affamata di pane, gente povera di cose e bisognosa di soldi. No, si commuove perché (le folle) erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore (Mt 9,36). Ciò che commuove Gesù va oltre la superficie di ciò che si vede. Il suo è un vedere interiore, che parte dal cuore e sa arrivare al cuore e ci insegna a commuoverci per quell’essenziale che è invisibile agli occhi.
Perché la commozione sia feconda occorre che sia seguita dall’azione. Non ha senso emozionarsi se poi non si fa nulla. Gesù si commuove e dà precise indicazioni ai dodici apostoli. L’amore, proprio perché ci vede bene, agisce.    

 

Numeri telefonici dei sacerdoti dell’Unità Pastorale:

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letterina 20101212

Super User Letterine 12 Dicembre 2010

L'affondo 

Brembate come Avetrana?

   Mi hanno chiesto  che cosa penso della vicenda di Avetrana, del delitto di Sarah e della "verità parcellizzata, ogni giorno un pezzetto e sempre un po' diversa. Rispondo che faccio fatica a pensare, anche perché l'unica cosa certa è che ci troviamo di fronte all'abisso del male, davanti al qualevsi vorrebbe urlare e insieme cadere in un silenzio altrettanto fragoroso. La cosa più odiosa - omicidio a parte, naturalmente  -  è l'innescarsi di una curiosità becera, che rende banale l'abisso del male, trasformandolo in una materia per "guardoni" che, con la scusa di portare un fiore sul luogo del delitto per ricordare la povera vittima, rendono ancora più assurda l'azione degli assassini. E se c'è una cosa ancora più odiosa della curiosità della gente, è che a trasformarla in ennesima notizia sono la stampa e la televisione, becere anch'esse, curiose e moraliste... Si vorrebbe  stare in silenzio, invece bisogna alzare la voce e stigmatizzare questo festival delle chiacchiere. Il male si è impadronito di una famiglia intera, e su di essa sono calati gli stormi di avvoltoi, dai giornalisti agli avvocati, dai criminologi agli psicologi. Tutti hanno una analisi perfetta da sciorinare. Qualcuno  lo aveva addirittura previsto che l'omicida era quello  -  si vedeva da come alzava le spalle davanti alle telecamere  - ma poi ha dovuto ricredersi: era quella, non quello, o forse addirittura quelli. Ora, comprando il giornale alla mattina, la gente si aspetta che lo scenario cambi ancora diventi più cupo.  Se si potesse  scovare all'origine di tutto un retroterra di violenza in salsa di pedofilia  - magari con il coinvolgimento anche di un prete!  -  beh, la storia potrebbe continuare a lungo e si potrebbero fare altri pruriginosi Porta a Porta o Matrix o Quarto Grado o Terra. Gli ascolti? Sono altissimi, segno evidente che la gente vuole questo. E nessuno  che ci provi a cambiare palinsesto.  Io onestamente non so proprio che cosa pensare di fronte all'abisso del male, che può spalancarsi dentro il cuore di ogni uomo. Mi verrebbe da aggiungere che quello stesso cuore Uno lo ha già guarito in profondità, ma non ce ne siamo ancora accorti e la nostra libertà malata continua a maneggiare il "regalo" che ci ha fatto il serpente. Ma soprattutto vorrei invitare i cristiani ad una preghiera, a talk-show rigorosamente spenti, da cuore a Cuore.     

d. Agostino Clerici

 

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letterina 20101205

Super User Letterine 05 Dicembre 2010

L'affondo 

E salga.

 

La Bibbia ebraica finisce con una frase sospesa:” Chiunque di voi fa parte del suo popolo, il suo Dio sia con lui e salga” (2Cr 36,23).
“E salga a Gerusalemme”, comprende il lettore che ha letto quanto precede e ha fatto sue le parole del salmista:
”Se ti dimentico, Gerusalemme, si inaridisca la mia destra!
La mia lingua si attacchi al palato se perdo il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme al vertice della mia gioia” (Sal 137,6)

 

Dove salire infatti, se non verso le alture di Gerusalemme?
Con questa conclusione la Bibbia ebraica si pone interamente sotto il segno del pellegrinaggio. L’esperienza ultima del lettore è mettersi in cammino e salire, verso la Gerusalemme terrena o, in maniera ancor più definitiva, verso la Gerusalemme celeste.
Per il pellegrino biblico, tuttavia, la strada da imboccare rimane quella delle parole, quella della lettura del libro che ha con sé.
Da qualunque esilio egli ritorni, per lui la Bibbia è divenuta, come scrive il poeta Heinrich Heine, “una patria portatile”.
Leggere la Bibbia sino in fondo è diventare pellegrini; diventare pellegrini biblici è accogliere il libro delle Scritture come guida delle nostre strade, divine e umane, da percorrere sino alla Gerusalemme di Dio.


“Per misericordia di Dio sono uomo e cristiano, per opere gran peccatore, per vocazione pellegrino senza dimora, del ceto più umile, che va forestiero di luogo in luogo. I miei averi sono: una bisaccia di pan biscotto sulle spalle, e in seno la sacra Bibbia, ecco tutto.” Racconti di un pellegrino russo


Jean-Pierre Sonnet

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letterina 20101128

Super User Letterine 28 Novembre 2010

L'affondo 

Seconda tappa anno pastorale: un ciuffo d'erba

E poi  cos'altro mettere nella bisaccia? Un ciuffo d'erba del monte. Per gli apostoli il monte è quello delle beatitudini, laddove di fronte alle folle sterminate suonò per la prima volta il messaggio di liberazione proposto da Gesù. Sicché portarsi nella bisaccia un ciuffo d'erba colto da quelle pendici fiorite significa, per il credente di oggi, portarsi incorporata l'allegoria della novità cristiana, della  novitas cristiana. Significa che lui stesso deve diventare icona della novitas cristiana al punto tale di dare la vita, senza riduzione in scala, per quelle che Ignazio Silone chiamava "apparenti assurdità". La povertà, la nonviolenza, la solidarietà, le testimoniamo vivendole mediante il perdono,
l'amore per i nemici, la passione per la verità, lo schieramento di parte accanto agli umiliati e agli offesi, l'abbandonarsi fiduciosi alla provvidenza...
Il mondo  di oggi, pur così distratto, si lascia ancora colpire dalla coerenza di quanti "rendono ragione della propria fede", qualunque essa sia. Sono le parole, semmai, che oggi rendono l'uomo indifferente. A non fare né caldo né freddo, all'uomo contemporaneo, sono le affermazioni di principio, quando esse non trovano riscontro nella vita. A rendere indifferente è l'insignificanza dei programmi che si prolungano nell'accademia e si esauriscono nel vaniloquio. I fatti concreti però lo seducono, le scelte di vita lo interpellano con forza e gli schermi dei suoi radar  - dei radar dell'uomo contemporaneo  - anche se sono refrattari a registrare la presenza dei loro maestri, registrano sempre la presenza dei testimoni.
Un'altra cosa importante: la testimonianza offerta agli uomini d'oggi, se vuole trovare eco nel loro cuore, deve essere genuinamente cristiana, genuinamente, con il marchio di origine controllata; perchè la gente, insospettita da in mercato così pieno di contraffazioni, è diventata guardinga, oggi; forse non coglie al volo le sofisticazioni alimentari, ma per le adulterazioni spirituali ha il fiato prontissimo. Concretezza e autenticità: è su queste coordinate  - da rintracciare non nelle carte nautiche o nei libri edificanti o nei nostri messali o nelle nostre sontuose liturgie, ma nella vita pratica dei cristiani coerenti - che gli uomini d'oggi - per quanto scettici, increduli o indifferenti, o anche diversi potranno incrociare la loro rotta con quella di Gesù Cristo.   

don Tonino Bello


Concretezza e autenticità che si presenteranno a noi in questo avvento con il volto e i passi di Maria, umile ancella. E dunque: concretezza, autenticità e umiltà:per respirare l'alta quota del monte delle beatitudini, e non far disseccare il ciuffo d'erba delle sue pendici nella nostra bisaccia

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letterina 20101121

Super User Letterine 21 Novembre 2010

L'affondo 

Morire per amore

Quando, nel 1996, i sette monaci di Notre-Dame de l’Atlas in Algeria- una piccola comunità di trappisti di cui quasi nessuno aveva mai sentito parlare  - vennero rapiti e poi uccisi, l’opinione pubblica si commosse a tal punto che ci fu chi scrisse che "quei monaci in quaranta giorni avevano rievangelizzato la Francia". In realtà non furono i giorni di prigionia e la successiva morte brutale, ma piuttosto i lunghi anni di vita fraterna in mezzo ai credenti dell’islam a essere testimonianza e annuncio del Vangelo. Ne è riprova il fatto che oggi, a quasi quindici anni dalla vicenda, l’uscita di un film come Uomini di Dio  ridesta in Francia (e non solo) l’interesse appassionato per quelle vite donate fino all’estremo: davvero - come ha saputo ben cogliere il regista Xavier Beauvois - l’elemento decisivo non sta nelle modalità dell’uccisione dei monaci, bensì nell’insieme della loro vita, culminata tragicamente al pari di quella di migliaia di algerini in quegli anni...
La portata spirituale dell’evento e della vita che l’ha preceduto, fa pensare all’intera esistenza dei sette monaci come "martirio dell’amore", come vita donata fino all’estremo. Non a caso, il processo di beatificazione avviato nella diocesi di Algeri accomuna i 19 religiosi, uomini  e donne, uccisi in circostanze diverse in quegli anni. "Vi troviamo persone miti e persone forti, mistici e poeti, attivi e contemplativi, uomini e donne dediti agli umili servizi quotidiani e pionieri della missione, persone dotate di parola potente e altre ricche di silenzio contemplativo. Tutti testimoni dell’amore, del servizio, del dialogo. Il loro sacrificio è una benedizione di pace per la piccola Chiesa d’Algeria e per tutto il popolo algerino, il loro prossimo d’elezione." Questa umanità testimonia che la barbarie non è un fatale destino e che le religioni non sono i tizzoni che alimentano i nuovi conflitti mondiali. Alla scuola del vissuto di queste persone semplici impariamo che il rispetto della vita umana è il fondamento di ogni convivenza civile, perché solo l’amore, il perdono, la comunione assicurano un futuro a ciascuno e all’umanità nel suo insieme. I monaci di Tibhirine hanno scritto giorno dopo giorno la testimonianza credibile del martirio d’amore, la verità ultima di tutte le religioni:"Non c’è amore più grande che dare la vita per quanti si amano."                 

Guido Dotti, monaco di Bose

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Don Umberto (Barzana) 035 540012; 3397955650.
Don Paolo (Burligo) 035 550081.
Don Francesco 3333673045.
Don Giuseppe (Palazzago) 035 550336 ; 3471133405.


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