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letterina 20101003

Super User Letterine 03 Ottobre 2010

L'affondo 

Per le strade del mondo

E’ questo l’ultimo intervento del Vescovo Tonino Bello nella città di Assisi, nell’agosto del 1992. Sembra quasi un testamento spirituale che lascia vibrare le note finali di una vita amata 'senza misura'. Riportiamo qui l’introduzione; poi, lungo l’anno pastorale, a seconda delle tappe che vivremo, lo leggeremo tutto, consegnando anche, per la BISACCIA DEL CERCATORE, i simboli che vengono evocati.


I simboli sono un po' come i fiaschi o le damigiane: per un verso rivelano la verità attraverso il vetro, per un altro verso la nascondono mediante la paglia.
Pertanto io avrò buon motivo per difendermi da tutti coloro che potrebbero accusarmi di aver tralasciato tante cose: potrò dire che stavano tutte nella parte della damigiana coperta dal vimini o dalla paglia. Se io fossi un contemporaneo di Gesù, se fossi uno degli undici ai quali Gesù, nel giorno dell'ascensione, ha detto "lo Spirito Santo verrà su di voi e riceverete da lui la forza per essermi testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, la Samaria e fino all'estremità della terra" (At 1,8), dopo essere andato a salutare la madre, Maria, nell'atto di congedarmi dai fratelli, sapete cosa avrei preso con me? Innanzitutto il bastone del pellegrino e poi la bisaccia del cercatore e nella bisaccia metterei queste cinque cose: un ciottolo del lago; un ciuffo d'erba del monte; un frustolo di pane, magari di quello avanzato nelle dodici sporte nel giorno del miracolo; una scheggia della croce; un calcinaccio del sepolcro vuoto. E me ne andrei così per le strade del mondo, col carico di questi simboli intesi, non tanto come souvenir della mia esperienza con Cristo, quanto come segnalatori di un rapporto nuovo da instaurare con tutti gli abitanti, non solo della Giudea e della Samaria, non solo dell'Europa, ma di tutto il mondo: fino agli estremi confini della terra. Ecco, io prenderei queste cose. Ma anche il credente che voglia obbedire al comando missionario di Gesù  - perché incombe ancora sulla responsabilità di ciascuno questo impegno missionario dell'annuncio  - dovrebbe prendere con sé queste stesse cose. 


Numeri telefonici dei sacerdoti dell’Unità Pastorale:

Don Lorenzo (Gromlongo) 035 540059 ; 3394581382.

Don Umberto (Barzana) 035 540012; 3397955650.
Don Paolo (Burligo) 035 550081.
Don Francesco 3333673045.
Don Giuseppe (Palazzago) 035 550336 ; 3471133405.


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letterina 20100926

Super User Letterine 26 Settembre 2010

L'affondo 

La Salette (1846)

 

 Il messaggio di La Salette è stato affidato a due pastorelli in un momento di grande sofferenza delle popolazioni colpite dalla carestia e sottoposto a molte ingiustizie. Inoltre, l'indifferenza o l’ostilità nei confronti del messaggio evangelico erano in aumento. La Madonna, facendosi contemplare l'immagine del suo Figlio crocifisso sul petto, mostra che, associata all'opera della salvezza, Ella ha compassione delle difficoltà dei suoi figli e soffre nel vederli allontanarsi dalla Chiesa di Cristo a tal punto di dimenticare o di rifiutare la presenza di Dio nella loro vita e la santità del suo Nome.  
L'irradiamento dell’evento de La Salette, attesta che il messaggio di Maria non si esaurisce nella sofferenza espressa dalle lacrime; la Vergine chiede di riprendere il cammino della fede; invita alla penitenza, alla perseveranza nella preghiera e in particolare alla fedeltà alla pratica domenicale.
Ella chiede che il suo messaggio " sia fatto conoscere a tutto il suo popolo "con la testimonianza di due ragazzi. E, infatti la loro voce si farà rapidamente sentire. Verranno i pellegrini e ci saranno molte conversioni. Maria era apparsa nella luce che evoca lo splendore di umanità trasfigurata dalla risurrezione di Cristo: La Salette è un messaggio di speranza, perché la nostra speranza è sostenuta dall'intercessione di Colei che è la Madre degli uomini. Le infedeltà,anche se gravi, non sono irrimediabili. La notte del peccato scompare davanti alla luce della divina misericordia. La sofferenza umana accettata può contribuire alla purificazione e alla salvezza. Per chi cammina umilmente nella vie del Signore, il braccio del Figlio di Maria non pesarà a condannare, ma si aprirà alla mano protesa dei peccatori riconciliati dalla grazia della croce per farli entrare nella vita nuova..  
Le parole di Maria a La Salette, per la loro semplicità e rigore, sono di una reale attualità, in un mondo che subisce sempre i flagelli della guerra e della fame, e tante sventure, che sono segni e sovente anche conseguenze del peccato degli uomini. Anche oggi, Colei che "tutte le generazioni chiameranno beata" (Lc 1,48) vuole portare "tutto il suo popolo", attraverso le prove di questo tempo, alla gioia che deriva dal compimento della missione affidata da Dio all'uomo.

Giovanni Paolo II


Numeri telefonici dei sacerdoti dell’Unità Pastorale:

Don Lorenzo (Gromlongo) 035 540059 ; 3394581382.

Don Umberto (Barzana) 035 540012; 3397955650.
Don Paolo (Burligo) 035 550081.
Don Francesco 3333673045.
Don Giuseppe (Palazzago) 035 550336 ; 3471133405.


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letterina 20100919

Super User Letterine 18 Settembre 2010

L'affondo 

Non sono in vendita

Una giovane coppia entrò nel più bel negozio di giocattoli della città. L'uomo e la donna guardarono a lungo i colorati giocattoli allineati sugli scaffali, appesi al soffitto, in lieto disordine sui banconi. C'erano bambole che piangevano e ridevano, giochi elettronici, cucine in miniatura che cuocevano torte e pizze. Non riuscivano a prendere una decisione. Si avvicinò a loro una graziosa commessa. "Vede", spiegò la donna, "noi abbiamo una bambina molto piccola, ma siamo fuori casa tutto il giorno e spesso anche di sera". "È una bambina che sorride poco", continuò l'uomo. "Vorremmo comprarle qualcosa che la renda felice", riprese la donna, "anche quando noi non ci siamo... Qualcosa che le dia gioia anche quando è sola". "Mi dispiace", sorrise gentilmente la commessa. "Ma noi non vendiamo genitori".

Una quindicenne la vede così:

Volevo latte E ho ricevuto il biberon.
Volevo dei genitori E ho ricevuto un giocattolo.
Volevo parlare E ho ricevuto un televisore.
Volevo imparare E ho ricevuto pagelle.
Volevo pensare E ho ricevuto sapere.
Volevo una visione generale E ho ricevuto un'ideuzza.
Volevo essere libera E ho ricevuto la disciplina.
Volevo amore E ho ricevuto la morale.
Volevo una professione E ho ricevuto un posto.
Volevo felicità E ho ricevuto denaro.
Volevo libertà E ho ricevuto un'automobile.
Volevo un senso E ho ricevuto una carriera.
Volevo speranza E ho ricevuto paura.
Volevo cambiare E ho ricevuto compatimento.
Volevo vivere...


Numeri telefonici dei sacerdoti dell’Unità Pastorale:

Don Lorenzo (Gromlongo) 035 540059 ; 3394581382.

Don Umberto (Barzana) 035 540012; 3397955650.
Don Paolo (Burligo) 035 550081.
Don Francesco 3333673045.
Don Giuseppe (Palazzago) 035 550336 ; 3471133405.


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letterina 20100912

Super User Letterine 11 Settembre 2010

L'affondo

Il dono maggiore

L'unica nota stonata è il figlio maggiore. Si sente defraudato, si arrabbia e non vuole entrare nonostante le preghiere del padre. Invece di dire "mio fratello" dice "tuo figlio"; elenca i misfatti del fratello. Chiuso nella sua perfezione fiscale, innalza barriere, suscita la divisione, protesta contro l'amore senza misura del Padre. Stando nella casa del Padre, in realtà ne è stato sempre lontano. Non si è accorto dell'amore e della vera eredità che è il padre stesso "tu sei sempre con me e ciò che è mio è tuo". Lo ha subito come padrone, come un datore di lavoro, ha vissuto il suo rapporto con lui come uno schiavo "ti servo da tanti anni" e non come dono. Il figlio minore diventa servo perché si è ribellato
al padre identificandolo con il padrone, l'altro si è sempre considerato un onesto garzone; è stato nella casa del Padre ma ha sopportato la sua presenza. Il rientro del primo, paradossalmente, smaschera la verità dell'altro. Quante volte, siamo più dalla parte del figlio maggiore, trincerati dietro una barriera fiscale, fatta di dare e avere. Troppo spesso il nostro amore vive di condizioni: "ti amo a condizione che tu..., perché tu..., se tu…” L'amore non può vivere di condizioni, non può essere tale solo perché aspettiamo che l'altro ci riami; esso è circolazione dall'uno all'altro, diviene vita sovrabbondante, permette che l'uno sia disponibile ai bisogni dell'altro, accoglienza e crescita reciproca.
Non si dona, dunque, per bisogno o per necessità, né tantomeno per un obbligo ma per portare a pienezza la vita, per potenziare una ricchezza interiore, per potere permettere all'altro di partecipare della ricchezza della propria vita. Il Padre ci invita a guardare con i suoi occhi. Chiede di non fermarsi a guardare come nella parabola del Figlio Prodigo, con gli occhi del figlio maggiore "ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso" (Lc 15,30); ma di passare dalla parte del Padre. I suoi gesti sono intrisi di profonda tenerezza; l'abbraccio e i baci continui sono segni di perdono e riconciliazione. Il Padre tratta il figlio da eguale...non da schiavo o inferiore. Il perdono è il dono maggiore ".

 

Numeri telefonici dei sacerdoti dell’Unità Pastorale:

Don Lorenzo (Gromlongo) 035 540059 ; 3394581382.

Don Umberto (Barzana) 035 540012; 3397955650.
Don Paolo (Burligo) 035 550081.
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Don Giuseppe (Palazzago) 035 550336 ; 3471133405.


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letterina 20100905

Super User Letterine 05 Settembre 2010

L'affondo

 Un altro segno di croce

Una povera vedova inglese, caduta ammalata, fu portata in un ospedale di Londra, dove morì. Il suo unico figlio di otto o nove anni veniva intanto collocato in un orfanotrofio. Egli era cattolico irlandese, mentre l'orfanotrofio era protestante. Il parroco temendo per la fede del bambino, decise di ritirarlo da quell'istituto; se non che le autorità locali lo avevano già traslocato  in un altro asilo, con un nome diverso da quello di battesimo.
Per lungo tempo, il sacerdote rimase deluso nelle sue ricerche. Finalmente credette d'aver trovato l'orfanotrofio in cui viveva la pecorella del suo ovile.
Si reca all'asilo, esamina i registri, interroga il sopraintendente: nessun fanciullo cattolico, che porti un nome irlandese, è stato accolto in quell'istituto.
Il parroco è sul punto di smettere le ricerche, quando un'idea gli balena alla mente e chiede al sopraintendente il permesso di visitare tutti gli orfanelli. Quegli risponde che, proprio in quel punto, entravano in sala pranzo.
«Ragazzi», disse il sacerdote «guardate a me: Nel nome del Padre e...».
Aveva appena portata alla fronte la mano, quando scorse uno tra gli orfanelli alzare istintivamente la destra e segnarsi dicendo: del Figlio... Gli altri, erano 320, restarono immobili con evidente meraviglia.
«Questo è il cattolico, questo il fanciullo ch’io cercavo!» esclamò allora il sacerdote rivolgendosi al sopraintendente. Questi aveva sentito parlare del segno della croce fatto dai cattolici, ma confessò che non avrebbe mai pensato che fosse tanto efficace, da far ritrovare un bambino perduto.


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letterina 20100829

Super User Letterine 29 Agosto 2010

L'affondo

 Due domande ad Enzo Bianchi

Lei  ricorda che  la violenza e l’aggressione verbale sono un habitat quotidiano: a cominciare dalla tv tutti si sentono autorizzati e incoraggiati alla rissa, al dileggio, alla rottura delle regole. Alternative possibili secondo lei ce ne sono? 

«Un’alternativa sarebbe il silenzio o, meglio, l’articolazione intelligente tra silenzio e parola: la scelta di tempi e momenti opportuni per dire una parola che abbia la possibilità di essere ascoltata. È inutile aggiungere anche il proprio urlo al vociare indistinto, 'a caldo': meglio fermarsi un attimo, pensare, lasciare che le emozioni si plachino, fare 'memoria' dell’evento particolare per rileggerlo in una prospettiva più ampia, con un respiro più universale. A volte ci sono silenzi molto più eloquenti di tante urla».


Quando parla del dialogo lei afferma che il fine non è il consenso. Un’idea di comunicazione differente a quella cui siamo abituati, se pensiamo soprattutto al confronto politico. Quali elementi sono necessari per dialogare veramente?

«Innanzitutto la consapevolezza di essere parte di un’unica umanità, la solidarietà tra esseri umani, la convinzione che perfino il mio nemico può essere il mio migliore maestro, in quanto nel dialogo, anche acceso, mi obbliga a far emergere il meglio di me stesso per sostenere il mio punto di vista e la rettitudine del mio pensare e agire. Da un dialogo autentico non si esce con il trionfo di un pensiero unico, ma con una riflessione più articolata, cosciente dei propri limiti e della propria fondatezza. E anche, con il rispetto delle idee dell’altro».


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  • 035 55 03 36
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