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letterina 20110716

Super User Letterine 16 Luglio 2011

L'affondo 

La mano di Dio

C'è un campo nel cuore in cui intrecciano le loro radici, spesso inestricabili, il bene e il male: nessuno è solo zizzania, nessuno puro grano. La parabola racconta due modi di leggere e lavorare il cuore. Il primo è quello dei servi che fissano l'attenzione sulla zizzania: «Da dove viene? Vuoi che andiamo a raccoglierla?» Il secondo è quello del padrone del campo che ha invece gli occhi fissi al buon grano: «Non raccogliete la zizzania, per non sradicare anche il grano: una sola spiga conta più di tutta la zizzania». 
Quale dei due sguardi è il nostro? Quello opaco e triste dei servi che vede il mondo e le persone invasi dal male, che giudica con durezza manichea? Quello positivo e solare del signore che intuisce, dovunque, spighe, pane e mietiture fiduciose, e che ha messo la sua forza nella mitezza? 
«Non strappate la zizzania». Noi abbiamo sempre una violenta fretta di moralizzare e mettere a posto. L'uomo infantile che è in noi grida: strappa via da te, e soprattutto intorno a te, ciò che è puerile, fragile, difettoso. Il signore del campo suggerisce: preoccupati del buon seme, ama i tuoi germi di vita, custodisci ogni germoglio. Tu non sei le tue debolezze, ma le tue maturazioni; l'uomo non coincide con i suoi peccati, ma con le potenzialità di bene. 
Vero esame di coscienza è leggere la vita con quello sguardo divino che cerca non l'assenza di difetti, illusione inutile e spesso mortifera, ma la fecondità come etica della vita. Impariamo a vedere ciò che di vitale, di bello, di promettente Dio ha seminato in noi (non è orgoglio, ma responsabilità), facciamo sì che porti frutto, che ogni granellino di senapa cresca con il dono di attrarre e accogliere vite, che ogni pizzico di lievito abbia il tempo per sollevare e rialzare i giorni inerti. 
Facciamo nostra l'attività positiva, solare, vitale del Creatore che per vincere le tenebre accende ogni giorno il suo mattino, per muovere la massa immobile vi nasconde il lievito. Preoccupiamoci non della zizzania, dei difetti, delle debolezze, ma di avere un amore grande, ideali forti, desideri positivi, una venerazione profonda per le forze di bontà, generosità e coraggio che la mano viva di Dio semina in noi. Facciamo che esse erompano in tutta la loro bellezza, in tutta la loro potenza, e vedremo le tenebre ritirarsi e la zizzania senza più terreno. E tutto il nostro essere maturare nel sole. 
P. Ermes Ronchi  

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letterina 20110709

Super User Letterine 09 Luglio 2011

L'affondo 

Nazareno

Pochi sanno il significato dell’iscrizione che Pilato fece porre sulla croce di Gesù: INRI.
Penso a questo mentre osservo  i poster alle pareti della classe. Vedo dalla loro parte Bob Marley, il Che, la foto patinata di qualche attrice e attore bellissimi.
Miti. Vite il più delle volte immaginarie e immaginate, in alcuni casi simboli di esistenze marginali e dissipate, in altri   immagini troppo perfette, troppo belle e fortunate per essere vere, cioè umane. Miti appunto. So anche che alle mie spalle in classe c’è il crocefisso con quel cartiglio incomprensibile e, anche se essi non lo notano, vorrei dire loro che nella vita gli serviranno a poco quegli idoli a cui guardano adesso. Nella vita, quando saranno più grandi, avranno bisogno di pensare a qualcuno che li soccorra, che venga loro in aiuto, modelli che dentro il limite umano possano suggerire parole di speranza, che proprio nei momenti difficili  possano dire:”Coraggio. Vai avanti! Vedi, io sono come te, soffro come te, non ce la faccio  proprio come te, sono in tutto simile a te e perciò ti posso aiutare. Non sprecare la tua vita”. Questo è umano. Questo serve a crescere. 
Non il successo che brucia le tappe, che non ti fa capire la strada che stai facendo.
Non questi miti di carta appesi alle pareti, non queste fantasticherie di fuga, ma qualcuno, un nazareno crocefisso, che da dietro alle mie spalle un giorno verrà a sussurrare anche a loro:”Vedi, tu sei importante non per quello che stai idealizzando ma per quello che semplicemente sei, per la tua storia personale, per le tue piccole cose che ti porti dietro ogni giorno nello zaino, per quegli oggetti poveri e senza valore a cui tu stesso dai molto significato e che non ti sogneresti di mostrare mai alla classe. Però io ti conosco, apprezzo la tua fibra preziosa e fragile di uomo. Se ti pieghi io ti soccorro. Quando vai ti sono ancora accanto. Se ti fermi ti aspetto. Quando ti interroghi ti capisco”.
Questo è il modello silenzioso che fa da contrappunto ai messaggi confusi che provengono dalle pareti. E a questo modello piuttosto che ai miti vorrei che si tornasse a pensare e allora il nome di Salvatore sarebbe il più propizio per noi.
Lucio Coco

P.S. INRI sta per IESUS NAZARENUS REX  IUDEORUM, che significa: GESU’ NAZARENO RE DEI GIUDEI. 

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letterina 20110702

Super User Letterine 02 Luglio 2011

L'affondo 

La gioia di donare in un battibaleno

Una  volta Gesù ha incontrato un uomo che il Vangelo chiama giovane. Di solito mi piace pensare a Gesù che dialoga mentre cammina. Questa volta, però, lo guarda in faccia. Ed è l’unica cosa che nel Vangelo appare di Gesù, gli occhi: il suo sguardo è indimenticabile. Soprattutto riesce a comunicare amore: una cosa stupenda e delicatissima. Una cosa che può liberare, ma anche schiacciare.
Forse anche quel giovane ha sentito che non poteva fare nulla di fronte a questo amore. In quel momento gli è stato ricordato che  tutti abbiamo una cosa da dare: il tempo, più prezioso del denaro. Quello che avverrà nei nostri oratori è proprio questo: la possibilità di donare il proprio tempo. Attraverso dei minuti, si può donare la vita. Il tempo passa per tutti, ma posso avere in mano il tempo proprio nel momento in cui ne faccio un dono. Allora non mi scappa via; non mi guardo indietro con nostalgia, provando la sensazione di aver perso tutto, né guardo avanti con preoccupazione perché non so cosa ci sarà. E’ il momento in cui si spalanca una porta, un sogno: il respiro del tempo all’infinito, ma il momento che dà significato ad ogni tempo. Ogni secondo della vita, ogni millesimo di secondo non è mai inutile, non è mai insignificante se doniamo il tempo, se diamo la nostra vita. Questo ci ha insegnato il Signore con la sua vita e questo è quello che noi ricordiamo delle persone che ci sono passate accanto: che qualcuno ha fatto qualcosa perché gli piaceva, perché era bello donare; nessuno ci porta via questa sensazione, nessuno ci porta via il bene ricevuto.  Vorrei augurare a tutti, ai bambini e ai ragazzi, agli adolescenti animatori e agli adulti che li accompagneranno, ai preti e alle suore e ai genitori che questa estate sia un tempo di crescita. Dove non ci si ricordi solo del divertimento, ma che per imparare ad essere persone umane ricche occorre il tempo del dono, il tempo in cui si diventa uomini e donne. E che di questa aria nuova le nostre comunità imparino a respirare. Battibaleno vuol dire un attimo, ma che sia un attimo di vita per la gioia di tutti!
+ Francesco.  

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letterina 20110625

Super User Letterine 25 Giugno 2011

L'affondo 

Giovanni e il Corpus

Corpus Domini e festa del Patrono: un binomio che spalanca orizzonti.
Un patrono che indica la via, la via di una comunità intorno al suo Signore.
Di lui si racconta un nascere che apre la bocca dei muti e un morire nell’oscurità delle parole, nel silenzio di un carcere. Tre mesi prima di venire alla luce sobbalza di gioia nel grembo di sua madre. Sobbalza per un Altro. Anticipo  di futuro…  
Essere indice. Indice di un Altro. Proclama, alza la voce, ma non per sé, come spesso succede a chi alza la voce. Alza la voce per un Altro. Indica Colui che deve venire. Indica un percorso di vita: dall’essere centrati su se stessi all’essere decentrati. Un patrono che indica, una comunità che vive. E vive creando vicinanza, profumo di pane nei nostri inquieti giorni, che attendono segni di attenzione e condivisione.
E il Corpus Domini, la festa del Corpo di Cristo, offerto come pane, dice proprio che «né a noi né a Dio è bastata la Parola. Troppa fame ha l’uomo e Dio ha dovuto dare la sua carne e il suo sangue» (Divo Barsotti).  
«Ecco il mio corpo», ha detto Gesù, e non: «ecco la mia anima, il mio pensiero, la mia divinità, ecco il meglio di me», semplicemente, poveramente: «ecco il corpo».
La cosa più vicina a noi, casa della fatica, volto modellato dalle lacrime e levigato dai sorrisi, sacramento di incontri, luogo dove è detto il cuore. Cristo dà il suo corpo, perché vuole che la nostra fede si appoggi non su delle idee, ma su di una Persona, assorbendone storia, sentimenti, piaghe, gioie, luce; dà, perché dare è la legge della vita, unica strada per una felicità che sia di tutti.
Non si può giungere alla divinità di Cristo se non passando per la sua umanità, carne e sangue, corpo in cui è detto il cuore, mani che im­pastano polvere e saliva sugli oc­chi del cieco, lacrime per l'amico, passioni e abbracci, i piedi intrisi di nardo, la casa che si riempie di pro­fumo e di amicizia, e la croce di sangue.  
Si tratta dunque di acconsentire al segno che arde come brace nel desiderio di Gesù di volerci a cena, di darci il suo pane e il calice del vino.  
Riconoscere il segno e farne un sogno: diventare pane.  
E in questo, inventarsi e lasciarsi diventare.
Comunione e comunità.
R.M.

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letterina 20110618

Super User Letterine 18 Giugno 2011

L'affondo 

Insieme per essere

Se è vero che la Chiesa è “popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, come dice il Concilio; se è vero che invochiamo lo Spirito perché tutti “diventiamo un solo corpo e un solo Spirito”, come si esprime la liturgia della messa; se è vero che la Chiesa è”propaggine della comunione divina”, come scriveve Romano Guardini; se è vero che essa è “icona della Santissima Trinità”, come si esprimono i teologi di oggi, nel senso che viene dalla Trinità, è strutturata a immagine della Trinità, e ve verso il compimento trinitario della storia; se, dunque, la Trinità, è la sorgente, l’immagine esemplare e la meta ultima della Chiesa; se è vero tutto questo...bisogna concludere che, come nella SS. Trinità, anche nella Chiesa la comunione delle persone entra nel suo costitutivo essenziale.
Comunione che non  nasce dalla necessità di stringere le fila o dall’urgenza di serrare i ranghi per meglio far fronte al mondo che c’incalza. La comunione nasce da una ineluttabilità ontologica, dall’essenza stessa, non da un calcolo aziendale.
Insieme, quindi, per essere. 
Non certo per contare di più, incidere di più, per produrre di più, per apparire di più!
Non si nasconde il  ragionamento del proverbio che dice:”lunione fa la forza”, ma c’è, invece, l’esigenza di far capire che se l’albero è la Trinità, mistero di comunione, la Chiesa, che su quell’albero matura, non può vivere la disgregazione delle persone, il molecolarismo dei progetti, la frantumazione degli sforzi.
Se no, non è Chiesa. Sarà organizzazione  del sacro, consorteria di beneficenza, fabbrica del rito, multinazionale della morale. Ma non chiesa.
 
Sarà solo  un caso che la nostra Comunità ha, nel logo dipinto  nell’antisagrestia con le sette chiese, un cartiglio, con la frase della preghiera di Gesù nell’ultima cena:”Ut unum sint” (che tutti siano una cosa sola)?  Mah...  

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letterina 20110611

Super User Letterine 11 Giugno 2011

L'affondo 

L'acqua, merce o diritto?

Nel mondo globalizzato si moltiplicano gli interessi nei confronti dell’acqua, l’oro blu. Mettere le mani sull’acqua sembra essere diventato il più grande investimento per il futuro: in nome di sontuosi interessi economici, vengono calpestate le persone, desertificati territori abitati, spalancate le porte alla diffusione di malattie infettive… I dati parlano da soli: 1,2 miliardi di persone non possono fruire di acqua potabile; 2,5 miliardi di persone non dispongono di strutture igienico-sanitarie adeguate e reti fognarie; 5 milioni di persone muoiono ogni anno per carenza d’acqua e tra questi 1,8 milioni sono bambini. Si prevede che entro il 2050 altri 2 miliardi e 800 milioni di persone soffriranno per scarsità d’acqua. La mancanza o l’ingiusta distribuzione del bene acqua rappresenta un freno per l’autentico sviluppo dell’umanità. Noi probabilmente, dal nostro tranquillo osservatorio, riusciamo solo a percepire la gravità della situazione perché l’acqua è per ognuno di noi un bene scontato: la nostra acqua non è inquinata, ne abbiamo fin che vogliamo e l’abbiamo comodamente a casa nostra (tanto che ci permettiamo pure di sprecarla senza troppi rimorsi di coscienza)!
Il diritto all’acqua e il diritto primario alla vita sono indissolubilmente connessi: è quindi necessario far “maturare una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritto universale di tutti gli esseri umani, senza distinzioni, ne’ discriminazioni” (Benedetto XVI).
Il vescovo cileno Luis Infanti della Mora afferma con tanta preoccupazione: “La crescente politica di privatizzazione è moralmente inaccettabile quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria sociale: gli esclusi. Alcune imprese multinazionali che cercano di impadronirsi di alcuni beni della natura e soprattutto dell’acqua, possono essere padrone di questi beni e dei relativi diritti, ma non sono eticamente  proprietarie di un bene da cui dipende la vita dell’umanità. E’ un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà facendo sì che la natura sia la più sacrificata e la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri, in particolare.” Poche e semplici riflessioni condivise ad alta voce, per far affiorare una questione di capitale importanza per l’umanità, tenuta volutamente sommersa da enormi interessi economici che sovrastano le nostre vite e le vite dei più poveri.           
“Il mondo è con l’acqua alla gola”! Pensiamoci, non è solo uno slogan!
 A cura di: Centro Missionario Diocesano e Comunità  Ruah

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