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letterina 20100711

Super User Letterine 11 Luglio 2010

L'affondo

 La luna e i falò

Il CRE ci suggerisce alcuni approfondimenti letterari sul tema della terra .
Partiamo da Cesare Pavese, con il romanzo "La luna e il falò" (1950).
Anguilla, un trovatello nativo delle Langhe piemontesi, emigrato in America per fare fortuna, ritorna al paese per rivedere i luoghi della sua infanzia. A muoverlo è un profondo e intenso desiderio di radici che vanamente ma ostinatamente rincorre da sempre, perché un paese significa sapere che nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti. La terra ricorda quindi il bisogno di radici.

"Così questo paese, dove sono nato, ho creduto per molto tempo
che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l’uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e li si portano in Alba. C’è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonci e torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse altro che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono con il tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni e con tutto il mondo che ho visto non sappia ancora che cos’è il mio paese?"
  

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letterina 20100704

Super User Letterine 04 Luglio 2010

L'affondo

 Santa Margherita di Antiochia

s.margherita

Andrea del Sarto,

Santa Margherita,

Duomo Pisa

         

Secondo una passio confusa e leggendaria, redatta in greco da Teotimo (che si dichiara testimone dei fatti), Margherita nacque nel 275 ad Antiochia di Pisidia. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della madre fu affidata ad una balia, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione di Diocleziano, ed allevò la bambina nella sua religione. Quando venne ripresa in casa dal padre, dichiarò la sua fede e fu da lui cacciata: ritornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge.
Mentre pascolava fu notata dal prefetto Ollario che tentò di sedurla ma lei, avendo consacrato la sua verginità a Dio, confessò la sua fede e lo respinse: umiliato, il prefetto la denunciò come cristiana. Margherita fu incarcerata e venne visitata in cella dal demonio, che le apparve sotto forma di drago e la inghiottì: ma Margherita, armata della croce, gli squarciò il ventre e uscì vittoriosa. Per questo motivo viene invocata per ottenere un parto facile. In un nuovo interrogatorio continuò a dichiararsi cristiana: si ebbe allora una scossa di terremoto, durante la quale una colomba scese dal cielo e le depositò sul capo una corona. Dopo aver resistito miracolosamente a vari tormenti, fu quindi decapitata il 20 luglio(dies natalis) del 290 all'età di quindici anni.
Nel X secolo il suo corpo fu trafugato da Agostino da Pavia che voleva portarlo nella propria città. Giunto però nell'abbazia di Montefiascone egli si ammalò e morì, lasciando la reliquia in quel luogo: sono comunque diverse le località, soprattutto italiane e francesi, che vantano il possesso delle sue reliquie.


Il culto 

Santa popolarissima nel medioevo, Giovanna d’Arco dichiarò che una delle voci celesti che udiva era proprio quella di santa Margherita (che le appariva insieme all'Arcangelo Michele e a Santa Caterina d’Alessandria).
Spesso assimilata ad altre sante (Caterina d’Alessandria, Pelagia, Reparata) è inserita tra i quattordici "santi ausiliatori" che venivano invocati nei momenti difficili.
È molto venerata (col nome di Marina) anche dalla Chiesa ortodossa, che ne celebra la memoria il 17 luglio e la invoca contro le febbri malariche. La stessa data è utilizzata nelle regioni meridionali dell'Italia, dove il culto fu probabilmente importato da monaci bizantini durante le persecuzioni iconoclaste.


Nella chiesa di Carosso si può ammirare la tela restaurata attribuita al Cesareni: Madonna in gloria con Santa Margherita e Maddalena (1731)


 

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letterina 20100627

Super User Letterine 27 Giugno 2010

L'affondo

 Giovanni nel deserto

"L’esperienza del deserto è stata per me dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante. Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto." (Edmond Jabés)


Forse è questo legame con l’ascolto che fa sì che nella Bibbia il deserto, presenza sempre pregna di significato spirituale, sia così importante.
Refrattario alla presenza umana e ostile alla vita, il deserto, questo luogo di morte, rappresenta nella Bibbia la necessaria pedagogia del credente, l’iniziazione attraverso cui la massa di schiavi usciti dall’Egitto diviene il popolo di Dio. E’ in sostanza luogo di rinascita. E, del resto, la nascita del mondo come cosmo ordinato non avviene forse a partire dal caos informe del deserto degli inizi?
La terra segnata da mancanza e negatività diviene il giardino apprestato per l’uomo nell’opera creazionale. E la nuova creazione, l’era messianica, non sarà forse un far fiorire il deserto? Ma tra  prima creazione e nuova creazione si stende l’opera di creazione continua, l’intervento salvifico di Dio nella storia. Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, lo si attraversa. Quaranta anni, quaranta giorni: è il tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù.Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza.
E, forse, l’immensità del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito "disertare" ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell’avventura della libertà. Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino. Però per compiere questo cammino occorre essere leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spoliazione. Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante, un uomo dall’occhio penetrante.

 

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letterina 20100620

Super User Letterine 20 Giugno 2010

L'affondo

 Il segno della croce

Ha scritto Romano Guardini: «Quando fai il segno di croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l'animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno della totalità ed il segno della redenzione. Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce egli santifica l'uomo nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere. Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato. Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell'atto di benedizione, perché la pienezza della vita divina penetri nell'anima e la renda feconda e consacri ogni cosa. Pensa quanto spesso fai il segno della croce, il segno più santo che ci sia! Fallo bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso abbraccia tutto il tuo essere, corpo e anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e patire, tutto vi viene irrobustito, segnato, consacrato ».
È un segno da riscoprire. E’ il primo simbolo cristiano tracciato su di noi al momento del Battesimo quando tutto in noi cominciava. E sarà l'ultimo segno che tracceranno su di noi, quando tutto sarà finito. Siamo nati in questo segno e moriremo in questo segno. Tutti i doni più grandi della vita sono accompagnati da questo segno: il Battesimo, la Cresima, il perdono dei peccati, l'Eucaristia, il Matrimonio. A ogni incrocio importante della vita la Chiesa traccia su di noi questo segno. Il cristiano usa questo segno prima della preghiera, ma dovrebbe usarlo prima del lavoro, prima del cibo, prima del riposo e al primo risveglio del mattino.  Ma è un gesto di grande importanza, perché è il ricordo del più grande atto di amore di Dio per l'uomo: la morte di Cristo.

 

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letterina 20100613

Super User Letterine 13 Giugno 2010

L'affondo

 Profumo d'amore

Salvezza e peccato hanno un denominatore comune: l’amore. Ci si salva nella misura in cui si ama; si vince il peccato con l’amore. L'itinerario della salvezza è amare: amare Gesù. Forse pensiamo alla salvezza come ad un concetto astratto, ma la salvezza in astratto non esiste e il Vangelo ci insegna che ha un nome: Gesù, il Figlio di Dio. E i salvati sono coloro che hanno accolto Gesù e stabiliscono con lui una relazione personale concreta e profonda, capace di trasformare la loro vita di peccatori in quella di redenti. E l’unica relazione che può esistere tra noi e Gesù è una relazione di fede-amore, perché lui è Amore. Salvarsi è dunque facile per chi ama; impossibile per chi non ama.
Chiunque ama e crede in Cristo, è salvato da una forte relazione pienamente autentica. Il perdono dei peccati, ossia la piena riconciliazione, passa per la stessa strada: tutto consiste nell’autenticità dell'amore. Ma quello che, prima di tutto, ciascuno di noi deve avere ben chiaro, è che l’amore di Dio ci previene sempre. Noi siamo capaci di dare solo ciò che riceviamo da Dio. Sarebbe errato pensare che la peccatrice è stata perdonata per aver molto amato, quasi che il Signore l’abbia ricompensata dopo che lei – per prima – lo abbia amato. Invece è vero, bello e consolante riconoscere l’amore ricevuto rivelarsi ed esprimersi nel suo gesto, manifestando ciò che è: una creatura raggiunta dal grande mistero dell’amore divino che è anche perdono. Prima c’è sempre Dio, il suo amore che toccandoci distrugge il male che è in noi. Solo dopo siamo capaci di rispondere con l’amore.
Se guardiamo bene la donna del vangelo, ci accorgiamo che ci assomiglia. E se guardiamo con onestà il nostro cuore, nella misura in cui è abitato dal peccato forse ci sentiremo simili al fariseo. Ma il Vangelo ci ricorda che le lacrime del pentimento e il profumo dell’amore possono aprirci la via della risalita. E sono queste lacrime, non tanto degli occhi ma del cuore, che dobbiamo piangere.
 


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letterina 20100606

Super User Letterine 06 Giugno 2010

L'affondo

 Maria, donna del pane

«E lo depose nella mangiatoia».
Nel giro di poche righe, la parola «mangiatoia» è ripetuta tre volte. La qual cosa, tenuto conto dello stile di Luca, insospettisce non poco.
L'evangelista allude: non c'è dubbio. Lui, il pittore, vuole ritrarre Maria nell'atteggiamento di chi riempie il cestino vuoto della mensa. Se è vero che nella mangiatoia si mette il pasto per gli animali, non è difficile leggere in quella collocazione l'intendimento di presentare Gesù, fin dal suo primo apparire, come cibo del mondo. Anzi, come il pane del mondo. Sotto, quindi, la paglia per le bestie. Sopra la paglia, il grano macinato e cotto per gli uomini. Sulla mangiatoia, avvolto in fasce come in candida tovaglia, il pane vivo disceso dal cielo. Accanto alla mangiatoia, come dinanzi a un tabernacolo, la fornaia di quel pane.
Maria aveva capito bene il suo ruolo fin da quando si era vista condotta dalla Provvidenza a partorire lontano dal suo paese, lì a Betlem: che vuol dire, appunto, casa del pane.
Per questo, nella notte del rifiuto, ha usato la mangiatoia come il canestro di una mensa.
Quasi per anticipare, con quel gesto profetico, l'invito che Gesù, nella notte del tradimento, avrebbe rivolto al mondo intero: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi».
Maria, portatrice di pane, dunque. E non solo di quello spirituale.
Deformeremmo la sua figura se la sottraessimo alla preoccupazione umana di chi si affatica per non lasciare vuota la mensa di casa sua. Sì, ella ha tribolato per il pane materiale. E qualche volta, quando non riusciva a procurarselo, forse avrà pianto in segreto.
Come quell'altra Maria, povera donna, che abita in un sottano con una nidiata di figli e col marito disoccupato, e, per insolvenza, non le fanno più credito neppure al negozio di generi alimentari. Gesù deve aver letto negli occhi splendenti di sua madre il tormento del pane quando manca, e l'estasi del suo aroma quando, caldo di cenere, si sbriciola sulla tovaglia in un arcipelago di croste. Per questo c'è nel vangelo tanto tripudio di pane, che dividendosi si moltiplica, e, passando di mano in mano, sazia la fame dei poveri adagiati sull'erba, e trabocca nella rimanenza di dodici sporte.
Per questo, al centro della preghiera da rivolgere al Padre, Gesù ha inserito la richiesta del pane quotidiano. E ha lasciato a noi la formula per implorare dalla Madre la grazia di una sua giusta distribuzione, in modo che nessuno dei figli rimanga a digiuno.
 
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