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letterina 20090405

Super User Letterine 05 Aprile 2009

L'affondo

Il
monte degli ulivi

Dalla cima del monte degli ulivi si può vedere tutta la città Santa di Gerusalemme,perciò possiamo capire meglio perché Gesù vedendo la città pianse e pronunciò le parole raccolte da Luca, dal significato così forte e profondo.
Credo che il loro valore sia da intendere non solo perché Gesù prevedeva la distruzione della città e del suo bellissimo Tempio,ma, in particolar modo perché era già a conoscenza che di lì a poco sarebbe venuta la sua morte sulla croce per mano di quegli stessi uomini che pochi giorni prima lo esaltavano aprendogli le porte della città.
Nonostante questa profezia si sia realizzata più di 2000 anni fa, il messaggio che racchiudeva è tuttora valido e presente. Pochi giorni fa, in un intervista,una giornalista mi ha posto questa domanda: “Se Gesù scendesse sulla terra in questo periodo di conflitti e vedesse questa città, quali sarebbero le sue parole?”.La mia risposta l’ha lasciata perplessa:”Gesù oltre a piangere, si dispererebbe molto perché questa città non è più (o forse non lo è mai stata ) la patria della pace e della solidarietà come il suo nome la descrive ( Yeroshalaim ),e forse ha perso anche la santità che il suo nome arabo Al-Quds racconta”. Oggi abbiamo bisogno di riscoprire il mistero di questa città cercando di renderla davvero la capitale spirituale del mondo, perché questo era ed è il volere di Dio. Gerusalemme deve tornare ad essere il punto di incontro tra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini, tra tutte le religioni del mondo.
Abbiamo l’obbligo di continuare ad impegnarci per far diventare Gerusalemme un luogo condiviso in modo fraterno tra i popoli che la abitano. Un punto d’incontro tra le religioni del mondo, aperto a tutti, sia in tempo di pace sia di guerra e di conflitti, perché il desiderio di Dio è che Gerusalemme diventi la porta, il luogo di passaggio tra due mondi, quello terreno e quello dei cieli.
Solo in questo modo il Signore non piangerà più e questa città sarà davvero la città dello Spirito.


Don Raed Abusahlia, Parroco di Taybeh-Efraim


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letterina 20090329

Super User Letterine 29 Marzo 2009

L'affondo

Spreco

Alla periferia della Pasqua, alla soglia della settimana decisiva, Gesù è a Betania e Maria gli unge i piedi con del nardo profumato, li asciuga con i suoi capelli, in silenzio, senza una parola:  parlano le mani, la tenerezza delle mani (cfr.Gv12,1-8). Quel vaso di nardo era molto prezioso, valeva una cifra enorme, dieci volte ciò che daranno a Giuda per tradire Gesù. Perché questo spreco? Ma il Vangelo è pieno di questo richiamo a non calcolare, a non vivere con la logica del mercato. E’ un Vangelo pieno di spreco. C’è il seminatore che spreca la semente tra rovi e sassi e strade. C’è lo spreco di quella festa che il padre organizza per il ritorno del figlio prodigo e debole. Spreca il suo denaro quel padrone che dà la paga di un giorno a chi ha lavorato un’ora soltanto. C’è uno spreco d’amore quando Gesù ripete:” Amerai con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze” (Mt 22,37), ma l’amore o è eccessivo o non è. C’è uno speco di perdono nel cuore di Dio:” Fino  a settanta volte sette, perdonerai” (Mt 18,22).

Nell’equilibrio illusorio del dare e dell’avere, il Vangelo in troduce lo squilibrio del dare per primo, dare in perdita, dare senza aspettare il contraccambio: a chi ti chiede la tunica, lascia anche il mantello; se uno ti chiede di accompagnarlo per un miglio, cammina con lui tutta la notte (cfr Mt 5,40-41). Il Vangelo ama lo spreco “per la vita”, perché questo mostra il volto dio Dio, un Dio che invia i suoi germi di vita a piene mani, senza contare né calcolare. Dio non è il grande calcolatore del consumo, non è il ragioniere dell’anima, non ha un cuore di mercante. Infatti, chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca avrà una ricompensa eterna.

Amare è dare: evangelicamente, dissennatamente, generosamente, divinamente dare, come Maria di Betania, e poi come Gesù: perché tutto ciò che dai con tutto il cuore ti avvicina all’assoluto di Dio.  

Ermes Ronchi, Sulla soglia della vita

 

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letterina 20090322

Super User Letterine 22 Marzo 2009

L'affondo

Cammino in salita


A dire il vero, noi non siamo molto abituati a legare il termine “pace” a concetti dinamici. Raramente sentiamo dire:”quell’uomo si affatica in pace” , “lotta in pace”, “strappa la vita con i denti in pace”. Più consuete nel nostro linguaggio sono invece, le espressioni: “sta in pace”, “sta leggendo in pace”, “medita in pace” e ovviamente “riposa in pace”, La pace, insomma ci richiama più la vestaglia da camera, che lo zaino del viandante. Più il conforto del salotto che i pericoli della strada. Più il caminetto, che l’officina brulicante di problemi. Più il silenzio del deserto, che il traffico delle metropoli. Più la penombra raccolta di una chiesa, che una riunione di sindacato. Più il mistero della notte che i rumori del meriggio. La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia, rifiuta la tentazione del godimento. Non ha molto da spartire con la banale “vita pacificata”, non elude i contrasti. Si, la pace, prima che traguardo, è cammino, cammino in salita. Vuol dire che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi. I suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Forse anche le sue soste. Se è così occorrono attese pazienti.
E sarà beato, perché operatore di pace, non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito. Ma chi parte.


Tonino Bello

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letterina 20090315

Super User Letterine 15 Marzo 2009

L'affondo

Cari bergamaschi...


Care sorelle, cari fratelli, vi saluto con semplicità e affetto.
Vi saluto con discrezione e rispetto: inizio delicato e trepidante, come il sì affidato al Signore e al Santo Padre, che mi hanno chiamato e mandato a servire la vostra fede, la vostra speranza, la vostra vita. Vi saluto nel nome del Signore.
La contiguità della terra bresciana a quella bergamasca non è stata motivo di scontate frequentazioni e di ovvie conoscenze: fino ad oggi ho sempre ricevuto più che dato, anche da Bergamo. Se la mia fanciullezza è stata segnata dalla meraviglia di papa Giovanni e la mia giovinezza dalla passione di Papa Paolo VI, sono cresciuto, diventato prete e posto al servizio del Popolo di Dio dall’indimenticato mons. Luigi Morstabilini e dal caro mons. Bruno Foresti, padri del mio sacerdozio. Il loro ricordo, colmo di riconoscenza, mi introduce al saluto più intenso e commosso: quello al Vescovo Roberto e al suo ausiliare Lino. La cordiale amicizia dei Vescovi lombardi, della quale ho potuto godere da quando sono stato ordinato Vescovo, mi ha introdotto alla stima, alla confidenza, alla condivisione con mons. Roberto e mons. Lino. La loro benedizione mi accompagni e il mio affetto li raggiunga. Con loro desidero salutare, con fraternità sentita, tutti i vescovi bergamaschi e immediatamente tutti e ciascuno dei sacerdoti e diaconi di questa Chiesa, con i quali, in un modo tutto particolare condividerò la missione evangelica. Il saluto raggiunga tutte le comunità religiose, le persone consacrate, e tutti voi laici, donne e uomini della Chiesa di Dio che è in Bergamo, a cui oggi è affidata una particolare missione nel mondo e per il mondo. Sono figlio di una grande Chiesa e il Signore mi manda a servirne una altrettanto grande : sarei incosciente se non fossi trepidante, ma sarei fuorviato se ritenessi che la grandezza consista nei numeri e nelle opere, pur provocanti e forti di responsabilità, e non piuttosto nella fedeltà al vangelo, che ammiriamo riconoscenti nella storia di chi ci ha preceduti e vogliamo con tutto noi stessi perseguire nell’oggi che il Signore ci dona di vivere. E’ una fedeltà che apre il cuore alla speranza, che illumina gli occhi per cogliere i segni dei tempi, che, pur consapevoli delle debolezze, delle contraddizioni, delle crisi e delle paure, delle sofferenze e delle prove che ci attraversano, è alimentata dalla certezza dell’amore di Dio, manifestato in Cristo Gesù, del quale siamo chiamati ad essere testimoni coraggiosi e credibili. Ancora una volta vi saluto ed abbraccio, in attesa di poterlo fare personalmente. A tutte le autorità, alle istituzioni che rappresentano, all’intera comunità bergamasca, giunga il mio pensiero di stima e vicinanza.
E mentre ringrazio il Santo Padre per la fiducia che mi ha manifestato, su tutti invoco la benedizione del Signore, con particolare ricordo per i più piccoli e i più deboli.


+ Francesco Beschi, Vescovo

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letterina 20090308

Super User Letterine 08 Marzo 2009

L'affondo

Con il dovuto rispetto

Il digiuno non fa più parte del linguaggio dei cristiani.
E’ una parola che usano i medici che annunciano un intervento chirurgico, gli infermieri che ricevono prenotazioni per prelievi ed esami.
Ma i cristiani, dopo secoli e santi di molti digiuni, usano la parola con imbarazzo.
Ci sono buone ragioni per non fare del digiuno una priorità pastorale.
In casa vivono bambini e anziani; ci sono ritmi di lavoro, stili di vita, relazioni abituali che impediscono di gestire la propria vita come si vorrebbe.
Poi esistono modi di sfumare il digiuno per cui uno quasi non si accorge: un pasto ridotto, un piatto solo, meno o niente fuori dai pasti.
Perciò quando tra gli avvisi si dice:”… e poi ricordo che il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo è giorno di digiuno, oltre che di astinenza della carne”, nessuno se ne preoccupa.
Tuttavia se il papà, venerdì sera, tornando dal lavoro dicesse:
“Stasera non mangio perché è venerdì di Quaresima: vado in chiesa per pregare un po’ e portare un’offerta per la carità”, non credo che la cosa passerebbe inosservata.
Il venerdì sera può dunque raccontare la commozione di guardare il Crocifisso e un residuo di serietà a proposito del digiuno.

Mario Delpini

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letterina 20090301

Super User Letterine 01 Marzo 2009

L'affondo

Sobrietà e vigilanza di vita

Sono tre i gesti che tradizionalmente sono legati alla Quaresima: la preghiera, il digiuno e l'elemosina. Facendo l'esperienza della preghiera noi dobbiamo far tacere tutte le parole che risuonano continuamente in noi descrivendo un mondo diverso da come lo vede Dio (alle volte più bello e vincente, altre volte brutto e depressivo). Privandoci, con l'esercizio dell'elemosina, di qualcosa di nostro tocchiamo con mano come non siano le cose a darci la felicità (non abbiamo forse sperimentato tutti un certo senso di insoddisfazione dopo essere riusciti ad ottenere una cosa che tanto desideravamo?). L'esperienza del digiuno, infine, verrà a ricordarci quanto non siano scontate tutte le cose di cui quotidianamente ci cibiamo e ci aprirà alle necessità di tanti fratelli e sorelle di fede che non hanno il necessario per vivere.

Mi sembra vero,però, che il Vangelo di oggi prometta anche di fare un percorso inverso: non solo infatti noi limitiamo un aspetto della vita di Cristo, ma è Lui stesso che, ancora prima,  ha assunto la nostra esistenza. Cristo non si è accontentato di possedere una natura perfettamente umana, ma ha anche voluto sperimentare la lotta, che conosciamo molto bene, perchè caratterizza la nostra vita. Le suggestioni che il demonio propone al Signore (le conosciamo dal racconto degli altri evangelisti) sono simbolo di un mondo apparentemente bello, ricco, potente, proprio quel mondo che la cultura di oggi ci propone ogni volta che guardiamo la televisione o navighiamo in internet. E' molto consolante il messaggio che ci viene oggi dal Vangelo: anche il Signore ha conosciuto tentazioni, fatiche, prove. Non ha condotto un'esistenza sotto la campana di vetro. Anche noi, quindi, possiamo affrontare le sfide che la quotidianità propone allanostra fede, sapendo di non essere da soli: il Signore è con noi, perchè ha vissuto - prima di noi - le nostre stesse difficoltà.


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