Noi cadiamo e ci rialziamo

La Chiesa ci offre con il tempo quaresimale un’occasione per ripensare alla nostra vita, un tempo per “ricominciare” con zelo rinnovato a seguire il Signore, a tradurre l’evangelo nella concretezza del nostro quotidiano. “Ricominciare” è un verbo assai caro alla tradizione spirituale cristiana. Il monachesimo, in particolare, fin dalle sue origini ha colto l’urgenza evangelica di un’incessante conversione per ricominciare ogni giorno, nonostante le cadute e le infedeltà, ad amare il Signore e i fratelli. Di Antonio il Grande si racconta che «non si ricordava del tempo trascorso, ma ogni giorno, come se incominciasse in quel momento, intensificava i suoi sforzi per progredire e ripeteva continuamente le parole di Paolo: “Dimentico del passato, tendo verso ciò che sta innanzi’ (Fil 3,13)”» (Vita di Antonio 7).
Nei Detti dei padri del deserto si riportano queste parole di un anziano monaco: «C’è una voce che grida all’uomo fino all’ultimo respiro: oggi, convertiti!» (Nau 10).
Questo incessante ricominciare riguarda il singolo credente, la Chiesa, la comunità monastica, ogni comunità cristiana. Papa Giovanni XXIII, che ben conosceva la tradizione patristica, diceva che la Chiesa deve essere “la grande ricominciatrice”, non deve arrendersi mai al male, alla tiepidezza, all’ipocrisia. Solo in Gesù, Parola fatta carne, non vi è alcuna distanza tra il dire e il fare, tra parola e azione. Nessuno può sentirsi privo di peccato, puro da ogni falsità, ma dietro al Signore, forti del suo amore, ci è chiesto di non rassegnarci all’ipocrisia che sempre insidia la nostra vita, alla menzogna che ci fa portare il nome di cristiani, ma compiere azioni indegne di questo nome.
L’ipocrisia è lo svuotamento del comandamento del Signore che ci chiede di amare con l’adesione di tutto il nostro essere, cuore, anima, mente (Dt 6,5), di ricondurre ogni nostro agire alla radice, alla profondità del nostro cuore in un rinnovato cammino di unificazione tra cuore e labbra, tra parola e azione.
La lotta spirituale consiste in un ripetuto sforzo per ricongiungere parola e vita, in un’incessante invocazione della misericordia di Dio perché venga lui stesso a colmare l’abisso tra ciò che diciamo di credere e ciò che viviamo, tra le parole della fede e la vita di fede. I grandi santi che di generazione in generazione hanno dato avvio alla riforma della chiesa o alla riforma della vita monastica, hanno sempre condotto una strenua battaglia contro il formalismo religioso, contro l’acconsentimento alla terribile tentazione di limitarsi a rivestire le sembianze di cristiani.
Un giorno un monaco sapiente a chi gli chiedeva che cosa facessero i monaci in monastero rispose con queste parole: «Noi cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo ancora» (T. Collandier, Il cammino dell’asceta, p. 55).
La vita monastica, o meglio la vita cristiana in qualsiasi vocazione sia vissuta, è un “luogo” nel quale si cade e si rialza, e di nuovo si cade e ci si rialza fino al giorno in cui il Signore tornerà e troverà che siamo caduti, ma ci stiamo rialzando e allora lui stesso ci rialzerà definitivamente. La perseveranza nella preghiera, nell’ascolto della parola di Dio, nell’eucarestia, nella comunione fraterna sostengono il credente nella lotta contro la rassegnazione alla propria mediocrità, contro l’assuefazione al male o la complicità con esso, e ravvivano nel cuore il desiderio di Dio, desiderio insaziabile, desiderio rinnovato dalla continua esperienza della misericordia di Dio nella propria vita.

Lisa Cremaschi. Da: Verso la Pasqua 2018 Acli Bg

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